mercoledì 27 maggio 2020

CSMGATE: Conoscenza per la Consapevolezza. Vi spiego cosa e' il CMSGATE , l'inchiesta che si aggiorna ogni giorno sul mio Blog. CSM- Trattativa Stato Mafia - Bonafede/Di Matteo - Le rivolte nelle carceri - PD contro Salvini e le ultime intercettazioni !

Il problema è che oggi alcuni magistrati e politici e anche qualche giornalista non hanno più nemmeno il pudore di nascondere operazioni del genere.



Il Consiglio superiore della magistratura è l’organo che amministra la magistratura ordinaria, garantendone autonomia e indipendenza dagli altri poteri.

Sulla base di questi principi, il Csm dovrebbe rappresentare l’argine che separa il potere legislativo da quello giudiziario, quindi la politica e i partiti dal mondo della giustizia.

 Dal 2002, con la legge n.44, il Csm è composto da 27 membri.

Oltre ai tre membri di diritto, gli altri sono eletti per 2/3 da tutti i magistrati, detti membri togati, e 1/3 dal Parlamento in seduta comune, questi vengono definiti membri laici.

 L’incarico degli eletti dura quattro anni e non c’è possibilità di rielezione successiva.

 Previsto dall’articolo 87 della Costituzione (comma decimo) e dall’articolo 104 (comma secondo), il Csm è presieduto dal presidente della Repubblica, che ne è membro di diritto così come il primo presidente della Suprema Corte di Cassazione e del Procuratore generale della stessa Corte.

 Dei 16 membri togati, due sono scelti tra chi è in attività presso la Corte di Cassazione, quattro tra i pubblici ministeri.

Gli 8 membri laici, invece, vengono selezionati tra docenti universitari in campo giuridico e avvocati in attività da almeno 15 anni.

 Le elezioni dei membri togati si svolgono attraverso delle liste di candidati che rispondono a delle “correnti” presenti all’interno della magistratura sin dai primi anni Sessanta, distinte tra loro per orientamento politico.

  1.  La corrente Magistratura Indipendente, di impronta conservatrice, è considerata di centro-destra. 
  2. Unità per la Costituzione invece di centro. Di questa fanno parte sia Palamara, che il procuratore di Firenze, Giuseppe Creazzo, quest’ultimo candidato a guidare la procura di Roma e osteggiato anche da membri della sua stessa corrente, come appunto Palamara. 
  3.  A sinistra ci sono Magistratura democratica e Movimento per la giustizia, riunite sotto la corrente Area democratica per la Giustizia. 
  4. C’è poi Autonomia e Indipendenza, che ha tra i suoi esponenti più noti Piercamillo Davigo, ed è considerata la più vicina alle posizioni del M5s.


Lo scandalo delle nomine pilotate al Csm e l’inchiesta di Perugia sull’ex leader della corrente moderata delle toghe Luca Palamara travolge l’Associazione nazionale magistrati.



L’argine però si è rotto un’altra volta, alla luce dell’inchiesta sulla spartizione delle nomine nella magistratura che vede coinvolti innanzitutto l’ex membro del Csm, Luca Palamara, e l’ex ministro del Pd Luca Lotti.


I dettagli dell’inchiesta per corruzione su Palamara, accusato di aver ricevuto regali da lobbisti in cambio di sentenze a loro favorevoli, e le manovre emerse dalle intercettazioni messe in campo per la spartizione delle nomine, per esempio sul nuovo procuratore di Roma e di Perugia, ha messo in evidenza quanto le aderenze tra i membri del Csm ai vertici delle correnti e influenti esponenti politici fossero strette e frequenti.

Palamara è accusato di corruzione: secondo l’accusa avrebbe messo le sue funzioni, in cambio di viaggi e regali, a disposizione di Fabrizio Centofanti, ex capo delle relazioni istituzionali di Francesco Bellavista Caltagirone

Luca Palamara, ex consigliere del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM, l’organo di autogoverno della magistratura) ed ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM, il principale organo di rappresentanza dei magistrati).

La giunta esecutiva retta in questi mesi di tempesta da tre correnti

  1. Unicost (moderati), 
  2. Area (sinistra) 
  3.  Autonomia e indipendenza (Davigo)

è andata in crisi al termine di un lunghissimo e lacerante comitato direttivo centrale durato tutta la giornata di ieri. Alla fine si sono dimessi (quasi) tutti.

A scatenare la resa dei conti la nuova tornata di intercettazioni restituita dal trojan del cellulare di Palamara.

Fonte il Manifesto:

La seduta ha assunto anche toni drammatici, quando la giudice del tribunale di Milano Luisa Savoia di Area ha affrontato il consigliere di corte d’appello di Torino Angelo Renna che in uno dei dialoghi con Palamara pubblicati nei giorni scorsi (ma risalente all’ottobre del 2017) si agitava per ostacolarne la carriera: «Se riuscite a fottere la Savoia sarebbe un gran colpo», la frase di Renna.

«O io o lui», ha detto in sostanza ieri Savoia, dando origine a una specie di corpo a corpo mediato dalle webcam (e da Radio Radicale che ha trasmesso il tutto).

 Perché Renna si è scusato, ha detto che si vergognava, che anche sua madre si sarebbe vergognata di lui, ma non si è dimesso.

Al che è intervenuto in un aggrovigliarsi di microfoni aperti e collegamenti interrotti il giudice di Napoli Giovanni Tedesco, anche lui di Area, avvertendo che se Renna non si fosse dimesso allora anche lui avrebbe lasciato il comitato direttivo per protesta, assieme alla collega Savoia.

Citando René Girard e la teoria del capro espiatorio, Renna si è alla fine dimesso. E ha staccato il collegamento.

 Gli altri hanno continuato fino alle otto, ma senza uscire dall’angolo.

 Due correnti, Area e Mi, dichiarano adesso che non entreranno in alcuna giunta, nemmeno per il tempo strettamente necessario ad andare alle elezioni.

Al governo delle toghe così c’è una sola corrente, con un solo esponente.

Le nuove intercettazioni dall’inchiesta di Perugia, l’Anm a pezzi dopo le dimissioni del presidente, Luca Poniz (Area), e del segretario, Giuliano Caputo (Unicost), e infine la nota dei Area che punta il dito contro la mancanza di fermezza di Unicost, hanno mandato nuovamente in fibrillazione il mondo della magistratura italiana.


Documenti:



Articoli Interessanti: 



La Nazione:


Palamara, le chat sulla pm di Perugia che indagava: "Per la ragazza c’è il Disciplinare"




La Verità:





Il Consiglio superiore della magistratura apre la pratica sui magistrati citati nell'articolo de La Verità, intitolato "Le chat delle toghe su Salvini: 'Anche se ha ragione lui adesso dobbiamo attaccarlo'", chiesta dai componenti laici della Lega.



Il Fatto Quotidiano






Le Rivolte nelle Carceri


Quello che è accaduto il 7 e l’8 marzo nella carceri italiane è racchiuso in una decina di file audio che vi proponiamo in questa videoinchiesta e che restituiscono uno scenario da paese sudamericano. Testimonianze che inquadrano l’Italia «ai livelli della Colombia», parola di Catello Maresca, oggi sostituto presso la Procura generale di Napoli che non ha remore nel fotografare «la situazione esplosiva» che in questo momento si registra negli istituti detentivi. 

Un’unica regia criminale esterna ai penitenziari, che dentro ha trovato sponde anche in ambienti diversi da quelli dei clan. C’è l’ombra delle mafie sulle rivolte che hanno coinvolto le carceri nei primi giorni dell’emergenza coronavirus. Tra il 7 e il 9 marzo, mentre l’epidemia cominciava a diffondersi nel Paese, 22 penitenziari italiani sono esplosi in violenti ribellioni. Ingenti i danni causati alle strutture, con il governo che ha stanziato 20 milioni di euro solo per i primi lavori di recupero. Ancora più alto il prezzo umano: decine i feriti, anche tra gli agenti della polizia penitenziaria, dodici i detenuti morti, secondo le autorità tutti di overdose, dopo aver ingerito quantità esagerate di farmaci e metadone rubate nelle farmacie carcerarie. 


La Trattativa Stato Mafia


Il primo a parlare di “trattativa” è stato il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, nel 1996: disse di averne sentito parlare Totò Riina, fra le stragi Falcone e Borsellino. Su queste dichiarazioni si sono basati i PM di Palermo e Caltanissetta nel 2009, dopo aver raccolto le parole di Massimo Ciancimino.  

La prima udienza del processo sulla c.d. "Trattativa Stato-mafia" ha avuto luogo a Palermo il 29 ottobre 2012, grazie al lavoro dei PM Antonio Ingroia, Antonino Di Matteo, Lia Sava e Francesco Del Bene.

Siedono al banco degli imputati, per i quali la Procura di Palermo ha presentato una richiesta di rinvio a giudizio, cinque membri di Cosa Nostra (Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà) e cinque rappresentanti delle istituzioni (Antonio Subranni, Mario Mori, Giuseppe De Donno, Calogero Mannino e Marcello dell'Utri) per il reato di violenza a Corpo politico, amministrativo o giudiziario. Massimo Ciancimino è invece imputato per concorso esterno in associazione mafiosa e calunnia nei confronti di Giovanni De Gennaro, mentre Nicola Mancino per falsa testimonianza.

 Vengono intercettate varie telefonate tra Loris D'Ambrosio, l'allora consigliere giuridico del presidente Napolitano, e l'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino, telefonate che hanno portato il conflitto istituzionale tra il Quirinale e la Procura di Palermo.

Nell'inchiesta finirono anche 4 intercettazioni di telefonate tra Mancino e il Presidente Napolitano, poi distrutte per decisione della Corte Costituzionale.




Il Caso Bonafede - Di Matteo

Di Matteo ha accusato pubblicamente Bonafede di avergli negato nel 2018 un prestigioso incarico al ministero della Giustizia per via di alcune pressioni ricevute da boss mafiosi, che si sarebbero lamentati dell’eventuale nomina. In sostanza Di Matteo ha lasciato intendere che Bonafede sia stato condizionato nella sua valutazione più dal parere di un gruppo di mafiosi, che dai meriti o demeriti di Di Matteo.

Di Matteo ha 59 anni, si occupa da tempo di inchieste sui legami fra mafia e politica e vive sotto scorta dal 1993. Oggi lavora come consigliere del Consiglio superiore della magistratura, ma per anni si è occupato della presunta trattativa Stato-Mafia, una controversa tesi secondo cui all’inizio degli anni Novanta alcuni alti funzionari dello Stato avrebbero trattato con i capi di Cosa Nostra per interrompere la cosiddetta “stagione delle stragi”.

Di Matteo ha raccontato che due giorni dopo aver sentito Bonafede al telefono, lo incontrò al ministero della Giustizia spiegandogli di aver deciso di accettare la nomina a capo del DAP. A quel punto, secondo la sua ricostruzione, Bonafede gli disse «improvvisamente» che ci aveva ripensato, chiedendogli invece di accettare l’incarico da direttore generale degli Affari penali: un ruolo «di sott’ordine», ha detto Di Matteo durante il suo intervento a Non è l’Arena. Il giorno successivo, durante un altro incontro con Bonafede, Di Matteo rifiutò l’incarico.

 Di Matteo fa anche parte della corrente della magistratura che chiede il mantenimento di pene durissime per i mafiosi, fra cui il regime previsto dall’articolo 41 bis della legge 354/1975, che prevede detenzioni a condizioni ritenute più volte lesive dei diritti umani dal Consiglio d’Europa.

Il Caso PD contro Salvini: (Ultime intercettazioni pubblicate sul quotidiano online la Verità)


Luca Palamara "che fu il magistrato più potente di Italia, cui doveva rivolgere supplica qualsiasi suo collega desideroso di fare carriera, oggi è finito nella polvere, prima indagato ed ora rovinato dalla pubblicazione di tutte le sue chat e sms con magistrati, politici e giornalisti.


Un Consiglio superiore della magistratura a disposizione delle toghe politicizzate per attaccare l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini sul caso della nave Diciotti. E’ il quadro allarmante che emerge da nuove chat WhatsApp, pubblicate oggi dal quotidiano La Verità, che mettono in evidenza come la magistratura politicizzata agisca per attaccare gli avversari e di certo non per fare giustizia né per difendere la sempre “strombazzata” autonomia.

Risalgono all’agosto del 2018 le chat intercettate agli atti dell’inchiesta di Perugia sul pm romano Luca Palamara dalle quali emergerebbero, come afferma il leader della Lega Matteo Salvini, “le trame di Giovanni Legnini, vicepresidente del Csm e sottosegretario di due governi a guida Pd, per far intervenire il Consiglio Superiore della Magistratura a supporto delle indagini sullo sbarco degli immigrati dalla nave Diciotti”.

Le intercettazioni sono pubblicate oggi da “La Verità”e da esse emerge, sempre secondo quanto riferisce Salvini, che “quattro consiglieri del Csm (tra cui Luca Palamara che mi definiva ‘merda’) invocavano l’intervento del Csm Fonte : la Verità: La prima chat intercettata riportata da “La Verità” è della sera del 24 agosto 2018.

Legnini scrive a Palamara: “Luca, domani dobbiamo dire qualcosa sulla nota vicenda della nave. So che non ti sei sentito con Valerio (il consigliere del Csm in quota Area Valerio Fracassi – ndr) Ai (Autonomia e indipendenza – ndr) ha già fatto un comunicato, Area (la corrente di sinistra delle toghe – ndr) è d’accordo a prendere un’iniziativa Galoppi idem (il consigliere del Csm Claudio Galoppi – ndr). Senti loro e fammi sapere domattina”. Palamara risponde: “Ok, anche io sono pronto. Ti chiamo più tardi e ti aggiorno”.

E Legnini: “Sì, ma domattina dovete produrre una nota, qualcosa insomma”. Un minuto dopo Palamara scrive a Fracassi: “hai parlato con Gio (Giovanni Legnini – ndr)?… che dici, che vogliamo fare?”. I due si danno appuntamento per l’indomani. A metà mattina sul cellulare di Palamara arriva questo messaggio Whatsapp (non si dice da chi): “Dobbiamo sbrigarci! Ho già preparato una bozza di richiesta. Prima di parlarne agli altri concordiamola noi”.

Secondo quanto scrive “La Verità” a questo punto parte un giro di consultazioni per l’approvazione della bozza e nel pomeriggio del 25 agosto agenzie e giornali online battono la notizia che quattro consiglieri del Csm (Valerio Fracassi, Claudio Galoppi, Aldo Morgigni e lo stesso Palamara) chiedono che il caso Diciotti sia inserito all’ordine del giorno del primo plenum del Csm, sollecitando un intervento del Consiglio “per tutelare l’indipendenza della magistratura e il sereno svolgimento delle attività di indagine” a fronte di “interventi del mondo politico e delle istituzioni” che “per provenienza, toni e contenuti rischiano di incidere negativamente sul regolare esercizio degli accertamenti in corso”.

 Poco dopo, sempre secondo la ricostruzione de “La Verità”, Legnini dichiara che l’istanza sarà trattata nel primo comitato di presidenza, aggiungendo che “il nostro obiettivo è esclusivamente quello di garantire l’indipendenza della magistratura e il sereno svolgimento delle indagini e di ogni attività giudiziaria”.

Nota del Quirinale:

«In riferimento alle vicende inerenti al mondo giudiziario, assunte in questi giorni a tema di contesa politica, il Presidente della Repubblica ha già espresso a suo tempo, con fermezza, nella sede propria - il Consiglio Superiore della Magistratura - il grave sconcerto e la riprovazione per quanto emerso, non appena è apparsa in tutta la sua evidenza la degenerazione del sistema correntizio e l’inammissibile commistione fra politici e magistrati.  ​

 Il Presidente della Repubblica ha, in quella stessa sede, sollecitato modifiche normative di legge e di regolamenti interni per impedire un costume inaccettabile quale quello che si è manifestato, augurandosi che il Parlamento provvedesse ad approvare una adeguata legge di riforma delle regole di formazione del CSM. ​Una riforma che contribuisca – unitamente al fondamentale e decisivo piano dei comportamenti individuali – a restituire appieno all’Ordine Giudiziario il prestigio e la credibilità incrinati da quanto appare, salvaguardando l’indispensabile valore dell’indipendenza della Magistratura, principio base della nostra Costituzione.  ​

Per quanto superfluo va, peraltro, chiarito che il Presidente della Repubblica si muove - e deve muoversi - nell’ambito dei compiti e secondo le regole previste dalla Costituzione e dalla legge e non può sciogliere il Consiglio Superiore della Magistratura in base a una propria valutazione discrezionale.

 ​Il CSM, a norma della Costituzione, conclude il suo mandato dopo quattro anni dalla sua elezione e può essere sciolto in anticipo soltanto in presenza di una oggettiva impossibilità di funzionamento, condizione che si realizza, in particolare, ove venga meno il numero legale dei suoi componenti. Qualora ciò avvenisse il Presidente della Repubblica sarebbe obbligato dai suoi doveri costituzionali a convocare, entro un mese, nuove elezioni dell’intero organo, ovviamente secondo le regole vigenti per la sua formazione.

L’attuale CSM, rinnovatosi in parte nella sua composizione, non si trova in questa condizione ed è impegnato nello svolgimento della sua attività istituzionale. ​Se i partiti politici e i gruppi parlamentari sono favorevoli a un Consiglio Superiore della Magistratura formato in base a criteri nuovi e diversi, è necessario che predispongano e approvino in Parlamento una legge che lo preveda: questo compito non è affidato dalla Costituzione al Presidente della Repubblica ma al Governo e al Parlamento.

​Governo e Gruppi parlamentari hanno annunziato iniziative in tal senso e il Presidente della Repubblica auspica che si approdi in tempi brevi a una nuova normativa. Risulterebbe, peraltro, improprio un messaggio del Presidente della Repubblica al Parlamento per sollecitare iniziative legislative annunciate come imminenti. Al Presidente della Repubblica competerà valutare la conformità a Costituzione di quanto deliberato al termine dell’iter legislativo, nell’ambito e nei limiti previsti per la promulgazione.

​Per quanto attiene alla richiesta che il Presidente della Repubblica si esprima sul contenuto di affermazioni fatte da singoli magistrati contro esponenti politici va ricordato che, per quanto gravi e inaccettabili possano essere considerate, sull’intera vicenda sono in corso un procedimento penale e diversi procedimenti disciplinari e qualunque valutazione da parte del Presidente della Repubblica potrebbe essere strumentalmente interpretata come una pressione del Quirinale su chi è chiamato a giudicare in sede penale o in sede disciplinare: la giustizia deve fare il suo corso attraverso gli organi e secondo le regole indicate dalla Costituzione e dalle leggi. 

 È appena il caso di ricordare, infine, che un eventuale scioglimento del Consiglio Superiore della Magistratura comporterebbe un rallentamento, dai tempi imprevedibili, dei procedimenti disciplinari in corso nei confronti dei magistrati incolpati dei comportamenti resi noti, mettendone concretamente a rischio la tempestiva conclusione nei termini previsti dalla legge.​

​In merito alle vicende che hanno interessato la Magistratura, il Presidente della Repubblica, come ha già fatto in passato, tornerà a esprimersi nelle occasioni e nelle sedi a ciò destinate, rimanendo estraneo a dibattiti tra le forze politiche e senza essere coinvolto in interpretazioni di singoli fatti, oggetto del libero confronto politico e giornalistico». 

 Roma, 29/05/2020

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