sabato 2 maggio 2020

Ormai Italia non e' più una Repubblica Parlamentare ma si regge sul DPCM di Presidente del Consiglio Nominato dalla minoranza. Lezioni di Diritto Costituzionale



L’atto dal medesimo sottoscritto in data 8 marzo 2020 appare un autentico monstrum giuridico degno di Capo dello Stato autoritario in fregio alle più basilari regole della gerarchia delle fonti del diritto.

Un decreto ministeriale (D.M.), nell'ordinamento giuridico italiano, è un atto amministrativo emanato da un ministro nell'esercizio della sua funzione e nell'ambito delle materie di competenza del suo dicastero. Quando questo tipo di atto è emanato dal Presidente del Consiglio dei ministri prende la denominazione di decreto del Presidente del Consiglio dei ministri (d.P.C.m.). Se un decreto richiede per legge la competenza di diversi dicasteri e deve quindi essere adottato di concerto tra gli stessi, si parla di decreto interministeriale.

Il decreto ministeriale può anche contenere solo disposizioni particolari e discrezionali, come nel caso delle nomine di dirigenti ministeriali o di enti pubblici sottoposti all'autorità ministeriale, ma in tal caso esso non costituisce una fonte del diritto, bensì un mero atto amministrativo, in particolare un atto di alta amministrazione.[2]

Il nodo é che con un mero decreto notturno del Presidente del Consiglio dei Ministri sono state disposte draconiane limitazioni alla libera circolazione dei cittadini di una Regione e di ulteriori quattordici.

Sfruttare la fonte del decreto del Presidente del Consiglio per estendere tale fattispecie criminosa costituisce violazione dell’ulteriore principio basilare per cui le sanzioni penali devono essere tassativamente previste per mezzo della norma primaria. Infatti, é pacifico che un decreto del Presidente del Consiglio nell’ordinamento giuridico italiano, è un mero atto amministrativo alla stregua del decreto ministeriale adottato da un Ministro nell’ambito delle materie di competenza del suo dicastero.

Il valore normativo del d.P.C.M. é dunque meramente amministrativo di talché sará esclusivamente impugnabile avanti al Tribunale amministrativo competente (nel caso di specie il T.A.R. del Lazio avendo il decreto un’efficacia ultraregionale).

Appare dunque evidente che tali norme avrebbero dovuto essere varate a mezzo decretazione d’urgenza con successiva conversione parlamentare in legge come del resto avvenuto con il decreto legge di fine febbraio ratificato dalle Camere il 4 marzo.

L’aver evitato la decretazione d’urgenza, pur così abusata nei decenni scorsi, grida ora vendetta ed accettare che un Presidente del Consiglio con „misero” proprio decreto possa imporre vincoli alla libera circolazione dei cittadini, financo sotto minaccia di sanzione penale, costituisce un chiaro abuso di poteri di cui non soltanto il medesimo s’assume la responsabilità politica (e ci mancherebbe non lo facesse) ma anche quella giuridica di aver defraudato il Parlamento della titolarità a sanzionare tali limitazioni del diritto di circolazione di un’ampia area del Paese ma, in generale, di fatto di tutto il Paese.

Un pericoloso precedende che negli ambienti Massonici fa gola a molti !!! evidenziando la possibilità con un DPCM instaurare una dittatura.


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